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La Piccola Armata

Storia Militare

Castelfidardo

La battaglia di Castelfidardo

(18 settembre 1860)

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Castelfidardo e l'unità d'Italia.

La Seconda Guerra d'Indipendenza (26 aprile 1859 - 12 luglio 1859) combattuta tra il Regno di Sardegna e la Francia contro l'Impero Austriaco aveva portato ai piemontesi la Lombardia.

Nei mesi successivi in seguito a rivolte e plebisciti si univano anche Emilia-Romagna e Toscana.

Nel maggio 1860 Garibaldi salpa con la spedizione dei "mille" per la Sicilia. In pochi mesi libera quasi tutto il sud sconfiggendo più volte gli eserciti borbonici del Regno delle due Sicilie. Il 7 settembre entra a Napoli.

Il governo piemontese temendo che i garibaldini possano dar vita ad uno stato repubblicano meridionale e, peggio ancora, marcino su Roma (allarmando la diplomazia degli stati di mezza Europa) decide di prendere l'iniziativa. Cavour riesce a convincere l'imperatore di Francia Napoleone III che solo l'intervento dell'esercito sabaudo può fermare Garibaldi e così il Regno di Sardegna dichiara guerra allo Stato della Chiesa (9 settembre 1860) per attraversare (e annettere) l'Umbria e le Marche (aggirando l'inviolabile Lazio) e raggiungere la Campania.

Il papa Pio IX reagisce mobilitando il suo esercito (circa 12000 uomini) che inizia a marciare verso Ancona con il proposito di chiudersi dentro a quella roccaforte e resistere ad oltranza fino all'arrivo di qualche esercito di soccorso cattolico (francese o austriaco). Ad obiettivo quasi raggiunto, i pontifici incontrano i piemontesi nei pressi di Castelfidardo (18 settembre 1860), dove ha luogo una rapida e confusa battaglia, che vedrà l'annientamento totale del contingente del papa. Al pontefice resterà solo il Lazio. La via al sud è ora aperta. Con un plebiscito Umbria e Marche si annettono al Regno di Sardegna. I piemontesi scendono in Campania e, nello storico incontro di Teano (26 ottobre 1860), Garibaldi consegna a Vittorio Emanuele II il sud Italia.

L'importanza della battaglia di Castelfidardo, secondaria dal punto di vista militare, è preminentemente geopolitica:  fu l'evento cardine che permise l'annessione delle regioni centrali, essenziali per unire in una sola entità territoriale le conquiste di Garibaldi ed i territori ottenuti durante la Seconda Guerra d'Indipendenza. In seguito a questa serie di eventi si poté costituire il Regno d'Italia, la cui nascita venne proclamata ufficialmente il 17 marzo 1861.


L'esercito pontificio.

Troppo a lungo la Chiesa aveva fatto affidamento agli eserciti di Francia ed Austria, così gli avvenimenti del 1859 (II guerra d'indipendenza e insurrezione dell'Emilia-Romagna) colsero lo Stato Pontificio in uno stato di totale impreparazione militare.

La riorganizzazione dell'esercito venne affidata dal Pro-ministro delle Armi De Merode al generale francese Cristoforo De Lamoriciere, suo parente, l'8 aprile 1860. Questi si ispirò alle istituzioni militari francesi ed in pochi mesi creò un esercito moderno, costituito da italiani pontifici (le truppe "indigene") e volontari stranieri di varia nazionalità (le truppe "estere").

Alla fine dell'estate l'esercito pontificio da campagna contava circa 12000 uomini ed era costituito da: quattro reggimenti di fanteria regolare (due indigeni e due esteri), due battaglioni di cacciatori indigeni, uno di carabinieri esteri, uno di tiratori franco-belgi, il battaglione irlandese San Patrizio, cinque battaglioni di bersaglieri austriaci due squadroni di dragoni, uno di cavalleggeri, un reggimento d'artiglieria. I battaglioni di fanteria erano suddivisi in 8 compagnie di 140 uomini l'una; questo in teoria perché la forza media dei battaglioni era in realtà di soli 4-500 uomini.

Tutte le forze vennero raggruppate in 4 brigate: 1a Brigata (Schmid), 2a Brigata (De Pimodan), 3a Brigata (De Courten), 4a Brigata di riserva (Cropt). La 1a e la 3a vennero dislocate a difesa dell'Umbria (Perugia e Urbino), la 2a e la 4a nelle Marche. L'obiettivo di Lamoriciere allo scoppio della guerra con i piemontesi era di evitare una battaglia campale, cercando invece di chiudere le proprie truppe in città fortificate per attendere gli aiuti degli eserciti Francese e/o Austriaco. In questa ottica la fortezza di Ancona era la chiave di volta di tutto il piano e per tale motivo il generale pontificio cercò di raggiungerla con il grosso delle sue truppe: 2° e 4° brigata (circa 8500 uomini).


L'esercito piemontese.

Diversamente dal raccogliticcio esercito papalino, quello piemontese agli ordini del generale Fanti era molto più solido e numeroso.

L'11 settembre le truppe del Regno di Sardegna invadono il territorio pontificio con due corpi d'armata: il V corpo (Della Rocca) entra in Umbria, il IV corpo (Cialdini) nelle Marche lungo l'Adriatico, con una sua divisione (la 13a) che procede sulla dorsale appenninica per fungere da raccordo. Il V corpo, su due divisioni, era forte di circa 13000 uomini, il IV corpo (4a, 7a e 13a divisione) contava invece circa 25000 combattenti.

L'obiettivo del comandante generale Fanti era di neutralizzare le forze nemiche il più rapidamente possibile; per far questo divise il suo esercito in due parti e ad ognuna affidò la conquista di una regione. Oltre ad occupare il territorio era necessario intercettare il grosso delle forze papaline per sconfiggerle duramente in uno scontro campale.

Quando l'intento di Lamoriciere di chiudersi ad Ancona divenne chiaro la campagna si trasformò quasi in un inseguimento: con i pontifici che cercavano di evitare i nemici ed i piemontesi che cercavano di intercettarli.

(continua...)

 

La Francia in Nordamerica

(1665-1763)

- A cura di Ezio Milvo -

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La Francia in Nordamerica
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Il contrattacco italo-tedesco su Gela

10-11 LUGLIO 1943

- A cura di Alberto Morera -

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Nel luglio 1943 l'Italia si trova a difendere il proprio territorio. È l'operazione"Husky". Gli Anglo-Americani, preceduti da lanci di paracadutisti, sbarcano in più punti sulle coste meridionali della Sicilia. A difendere l'isola vi sono forze italiane numericamente inferiori, integrate da alcune unità tedesche.

I lanci delle truppe aviotrasportate incontrano difficoltà e gli uomini giunti a terra sono dispersi: questo però favorisce gli alleati, perché i difensori non riescono ad individuare i precisi obiettivi dell'attacco.Dopo la mezzanotte avvengono gli sbarchi. Al settore di Gela è destinata la colonna americana "Dime", composta dalla 1a divisione fanteria (7 battaglioni e reparti d'appoggio) e da 2 battaglioni rangers. Il fronte di sbarco è di ben 40 km, ma è presidiato soltanto da 4 battaglioni italiani con una trentina di cannoni.

La resistenza italiana è travolta in poche ore e gli Americani, appoggiati dall'artiglieria navale, entrano a Gela alle ore 8 del 10 luglio, spigendosi poi verso l'interno dove occupano diverse posizioni a protezione della città. Mancano tuttavia di parte dell'artiglieria e dei carri, che si trovavano su una nave affondata in rada da un attacco aereo tedesco.

I comandi italiani, avuta notizia dello sbarco nella zona di Gela, dispongono un contrattacco delle unità più vicine: il gruppo mobile "E" ed un battaglione della divisione "Livorno", e la divisione "H. Goering". Nel giorno 10 i contrattacchi italiani sono respinti e le colonne tedesche, stazionate più indietro, non sono in grado di operare simultaneamente. Viee perciò deciso di organizzare per le ore 6 del giorno 11 un contrattacco in forze condotto dalle divisioni "H. Goering" e "Livorno". Gli ingombri stradali e le incursioni aeree alleate fanno ritardare parte delle unità così che Italiani e Tedeschi non attaccano contemporaneamente né con tutte le forze. L’attacco procede: le prime posizioni americane sono travolte e gli Americani, pur combattendo tenacemente, arretrano su tutto il perimetro. Gli attaccanti sono però scompaginati e subiscono forti perdite da parte del fuoco delle navi.

Verso mezzogiorno il fumo degli incendi rende difficile distinguere i bersagli dalle navi, che praticamente cessano il fuoco, e le truppe americane di terra. si ritirano dentro l'abitato di Gela. Proprio in quel momento di massima crisi della testa di ponte americana giungono mezzi corazzati di rinforzo sia da Licata che da Scoglitti ed arriva l'appoggio aereo tattico. La maggior parte delle colonne italiane e tedesche devono interrompere l'attacco e passare alla difensiva per non essere tagliate fuori; duramente provate, nel pomeriggio cominciano a ritirarsi per raggiungere le basi di partenza, nuovamente disturbate dal tiro navale. Due battaglioni italiani, decimati, non riescono a sganciarsi e sono catturati. Il reggimento Panzergrenadieren della "H. Goering", in posizione meno esposta, prosegue il combattimento sino al cader della notte e quindi si ritira anch'esso. Durante la notte un altro battaglione italiano, che era riuscito a sganciarsi e raggiungere monte Castelluccio, è agganciato dagli americani. Il reparto si difende sino al mattino, quando i superstiti si arrendono.

Il fallimento del contrattacco italo-tedesco su Gela fu dovuto soprattutto all'imprevista efficacia del tiro navale, che sopperì alla iniziale mancanza in campo americano di appoggio aereo tattico, mezzi corrazzati e cannoni anticarro.

 

WARGAMING GELA 1943...

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